Gli errori che ho fatto come Head of Community
Ho costruito la community di play2match mattoncino dopo mattoncino. E ho sbagliato parecchio (tranquilli, non è un bug del percorso: è il percorso 😅).
Per mesi ho fatto da Head of Community mentre facevo anche tutto il resto: marketing, operations, contenuti. Adesso la community di play2match sta passando a una persona dedicata, e prima che i ricordi si sbiadiscano ho messo in fila gli errori che mi hanno insegnato di più.
Per ognuno trovate com'è andata davvero, cosa ho capito e cosa faccio adesso. Niente teoria: roba vissuta in campo, sui gruppi e a volte alle undici di sera con il telefono in mano.
Errore 01
Crescere prima di avere una storia
- Com'è andata
- La community cresceva, le partite si riempivano. Ma chi entrava non trovava un «noi»: nessuna storia delle origini, nessun momento fondativo, nessun nome. I primi che c'erano non li avevamo mai riconosciuti davanti a tutti.
- Cosa ho capito
- Una community non nasce quando le persone partecipano, nasce quando sanno raccontarsi. Senza un'origine, chi arriva trova solo un servizio che funziona. E se trova solo un servizio, accumuli clienti, non crew.
- Cosa faccio adesso
- Canonizziamo i primi: li celebriamo in pubblico e teniamo un archivio delle origini, con foto, messaggi e storie. Chi arriva oggi deve poter sentire qualcuno dire «io c'ero».
Errore 02
Confondere una community attiva con una resiliente
- Com'è andata
- Le partite funzionavano, gli eventi pure. Però solo se c'eravamo noi del team. Togli noi e si fermava tutto.
- Cosa ho capito
- Sono due cose molto diverse. Una community attiva ha bisogno di te ogni sera; una resiliente regge anche se sparisci. Il test che mi faccio adesso è brutale: se sparissi per tre mesi, la crew sopravviverebbe?
- Cosa faccio adesso
- Ogni rituale deve essere replicabile senza chi l'ha inventato. Se un pezzo funziona solo con me presente, è un pezzo da riprogettare.
Errore 03
Restare il motore di tutto
- Com'è andata
- Per settimane ho giocato tantissimo con le persone. Mi dava una carica pazzesca e ci portava feedback diretti, relazioni vere. Ma la community si appoggiava a noi, non camminava da sola.
- Cosa ho capito
- Finché le persone reagiscono alle tue proposte hai engagement. Quando iniziano a proporre, organizzare e creare senza di te, hai appartenenza. E stare sempre in campo, per quanto bello, frena la seconda.
- Cosa faccio adesso
- Abbiamo deciso di giocare un po' meno, apposta. È giusto che la community viva di vita propria. Io resto vicino, ma un passo indietro.
Errore 04
Lasciare senza strumenti chi guida le partite
- Com'è andata
- I nostri Lead Matcher erano bravi, davvero. Però non avevano strumenti condivisi per leggere il clima della community: ognuno andava a sensazione.
- Cosa ho capito
- Se chi tiene in mano la serata non ha un metodo, la qualità dipende dalla persona. E quello che dipende dalla persona non scala.
- Cosa faccio adesso
- Linee guida per il dopo partita, regole per far ruotare le persone prima del match, procedure scritte per i Lead Matcher. Roba poco visibile e poco instagrammabile, ma è quella che rende l'accoglienza uguale per tutti.
Errore 05
Far sentire ospiti i più fedeli
- Com'è andata
- Le persone più presenti, quelle che c'erano sempre, si sentivano ospiti a casa nostra. La frase che ci è arrivata era più o meno questa: «ma io non sono nessuno, ci siete voi».
- Cosa ho capito
- Se chi c'è sempre si sente nessuno, hai sbagliato qualcosa tu, non loro. Non gli avevamo mai dato un posto nella storia.
- Cosa faccio adesso
- Le coinvolgiamo nei test, gli diamo accesso in anteprima, le ascoltiamo più di chiunque altro. E le proteggiamo dal sovraccarico: non sono staff, sono crew con uno status.
Errore 06
Non distribuire lo status
- Com'è andata
- Chi aveva fatto decine di partite non si distingueva in nessun modo da chi arrivava la prima volta. Zero differenze visibili.
- Cosa ho capito
- Senza riconoscimento anche i più coinvolti restano passivi. La cultura funziona così: buon comportamento, riconoscimento, emulazione, cultura. Se salti il riconoscimento, si ferma tutta la catena.
- Cosa faccio adesso
- Una gerarchia visibile e morbida: Nuovo → Matcher → Super Matcher → Lead Matcher, riconosciuta davanti a tutti e non solo con uno sconto. Più micro-ruoli a rotazione, tipo il fotografo della serata o chi accoglie i nuovi.
Errore 07
Dare per scontata la fiducia
- Com'è andata
- Le persone ci davano cose che non si comprano: tempo, energia, reputazione, amici portati alle partite. Noi quella fiducia la gestivamo bene, ma non la rendevamo visibile.
- Cosa ho capito
- La fiducia non ringraziata diventa normalità. E quando la normalità viene delusa anche di poco, la reazione non è «pazienza»: è cinismo.
- Cosa faccio adesso
- Ringraziamo in pubblico, per nome, spesso. Sembra una cosa piccola. Non lo è per niente.
Errore 08
Scambiare la frequenza per un rituale
- Com'è andata
- Pensavamo che vedersi ogni settimana bastasse a creare qualcosa. Ci vedevamo tanto, ma non tutto lasciava il segno.
- Cosa ho capito
- La frequenza crea routine, il rituale crea significato. Un rito non è un evento ripetuto: ha una forma, una carica emotiva e una memoria che resta.
- Cosa faccio adesso
- Progettiamo pochi momenti fatti bene, con un inizio e una fine riconoscibili. Reset, l'evento di inizio anno con la community a Torino e Bologna, è nato così.
Errore 09
Non dare alla community una casa
- Com'è andata
- Le serate erano belle, ma finivano la sera stessa. Non c'era un posto, nemmeno simbolico, dove quello che succedeva restasse.
- Cosa ho capito
- Una community vive di presente, ma si costruisce sul passato. Senza memoria condivisa non nasce cultura. Senza cultura non nasce legacy. E senza legacy, ogni nuova persona entra in qualcosa di vuoto.
- Cosa faccio adesso
- Raccontiamo la crew nei contenuti, le diamo un volto, e in ufficio abbiamo iniziato a pensare a un angolo che racconti la nostra storia, pieno degli oggetti di un percorso che oggi è breve ma che immaginiamo lunghissimo.
Errore 10
Raccogliere feedback senza chiudere il cerchio
- Com'è andata
- Chiedevamo pareri, li leggevamo, ci lavoravamo pure. Ma non sempre tornavamo dalle persone a dire cosa avevamo cambiato grazie a loro.
- Cosa ho capito
- Chiedere un parere e poi sparire insegna alle persone che parlare non serve. Il feedback è benzina solo se il cerchio si chiude.
- Cosa faccio adesso
- Almeno una volta al mese, per città, un «abbiamo cambiato questo grazie a voi» detto in pubblico, specifico e diretto. Da quando lo facciamo, i feedback arrivano più ricchi e più spesso.
Errore 11
Trattare una crisi solo come un problema di operations
- Com'è andata
- Ad aprile un centro sportivo di Torino ha cambiato le prenotazioni dei campi e si è creato un bel disallineamento. Ho sistemato le prenotazioni a mano, contattato una per una le persone coinvolte, gestito i rimborsi. E poi ho scritto sul gruppo per scusarmi.
- Cosa ho capito
- Risolvere il problema non basta. Conta come le persone lo vivono: il sentiment fa parte del prodotto. Nei giorni di crisi passi da founder a customer care senza possibilità di delega, ed è giusto così.
- Cosa faccio adesso
- Quando qualcosa va storto, la prima cosa che faccio è parlare con le persone, poi sistemo il resto. E una volta a settimana mi metto sul customer care per capire dove si inceppa l'esperienza prima che diventi una crisi.
Se dovessi riassumere tutto in una riga: una community che ha sempre bisogno di te non è ancora una community. Il lavoro vero è renderti un po' superfluo, un pezzo alla volta.
Come si rimedia lo racconto per esteso in Come creare una legacy e in Fare community sul campo.
MEMENTO MORI – Tabba 🔥